Cosa significa chiudere Palazzo Riso

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Scritto da Marco Lo Bue in Comunicati il 30-01-2012

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L’individuo, crescendo, perde progressivamente la sua originaria creatività.

Dai progressi che i bambini compiono nei primi anni di vita, dai loro disegni e pensieri si palesa una fantasia priva di limiti, una genialità grezza ma ineguagliata dagli adulti.

Il sistema educativo tradizionale, successivamente, imbriglia la formidabile intelligenza intuitiva di cui ciascuno di noi è dotato in principio, indirizzandola verso forme compatibili con il modello di società in cui viviamo: famiglia, lavoro, ogni tanto religione.

L’artista è un combattente, un fanciullo cresciuto che ha voluto e saputo resistere al bombardamento nozionistico e il cui estro è stato affinato  dalla brutalità del fuoco nemico.

Le opere d’arte costituiscono “beni scarsi”, utilizzando impropriamente il gergo degli economisti neoclassici: nascono da un talento che in pochissimi riescono a preservare, e ovunque nel mondo chi ha perso il dono primitivo della visionarietà è disposto a pagare il biglietto per realizzare un’inconsapevole viaggio a ritroso nel tempo.

Chi può permetterselo, poi, acquista l’opera per godere quotidianamente del piacere di osservare il frutto della sognatrice immaginazione altrui.

Chiudere un museo a Palermo, come accaduto con Palazzo Riso, museo d’arte contemporanea gestito dalla Regione, equivale a dar fuoco alla riserva indiana, a una minoranza che si ostina a evitare il Grande Fratello per assistere ad una mostra.

Ancora oggi, tuttavia, piccoli tiranni locali vestono i panni del maggiore Whitside e del colonnello Forsyth a caccia degli ultimi coraggiosi Sioux.

Commenti (2)

salviamo il grande Capo Penna Bianca!!!

‘L’individuo, crescendo, perde progressivamente la sua originaria creatività.’ …eh certo!
caspita

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