Fiat, Termini e la metalmeccanica in Sicilia

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Scritto da Guido Noto in Economia il 04-12-2009

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Negli ultimi giorni i nostri quotidiani e telegiornali sono stati riempiti dai dibattiti tra la più grande azienda italiana (la Fiat appunto), i sindacati e il governo. La discussione nasce dalla presentazione del piano industriale da parte dell’amministratore delegato Sergio Marchionne che prevede un calo dell’attività di produzione nell’impianto di Termini Imerese nei prossimi anni, per farla cessare del tutto nel 2011.

Questo fatto ha scatenato polemiche su tutti i fronti e su tutti i livelli.  Si è parlato degli aiuti già concessi all’azienda dallo Stato e di quelli che si intende concedere alla stessa qualora questa continui l’attività in Sicilia. La stessa Regione ha dichiarato di avere a disposizione più di 500 milioni di euro in diversi programmi da stanziare a favore della Fiat ….500 milioni …

Sergio Marchionne è giustamente considerato uno dei migliori manager del mondo, in poco tempo è riuscito a migliorare sensibilmente i risultati della Fiat, accrescendo la quota di mercato di un’azienda in un settore in profonda crisi. I motivi di una “fuga” dall’impianto siciliano non vanno sicuramente cercati in un antipatia dell’amministratore nei confronti della nostra Regione, ma è chiaro che Marchionne ritiene la Sicilia non competitiva (in riferimento al mercato del lavoro). La nostra mano d’opera costa!!!

Guardando i risultati del settore metalmeccanico in Sicilia la situazione non è migliore. Le aziende presenti in questo settore sono in difficoltà. Basti pensare al Cantiere navale di Palermo le cui commesse scarseggiano ormai da anni.

Alla luce di questa situazione, quanto è utile stanziare questi enormi fondi da “donare” come incentivo alle imprese che operano nel settore? Se le imprese preferiscono investire in paesi o regioni più “convenienti”, dove la mano d’opera costa meno, non è possibile agire direttamente su questo fronte?  Secondo me una migliore soluzione per salvare la metalmeccanica in Sicilia è quello di intervenire (sostituirsi alle imprese?) sugli oneri sociali e aggiuntivi, a carico delle imprese, degli operai che lavorano nel settore, oneri che raggiungono livelli molto alti rispetto ad altri paesi e che rendono il costo del personale in Italia insostenibile per le aziende in difficoltà.  Agire direttamente sul problema anziché stanziare fondi per trattenere gli investimenti delle imprese è un’ipotesi che governo e Regione dovrebbero prendere in seria considerazione.

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