E se fossimo noi a dovere “andare a casa”?

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Scritto da Ettore Ceresa in Comunicati il 19-10-2009

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A un mese dalle prime emergenze Palermo di nuovo in versione palude, niente effetto sorpresa quindi, niente possibilità di invocare l’imprevedibilità degli eventi atmosferici avversi. I giornali pieni di cronaca di oramai ordinaria follia, danni e rabbia. Ma di articoli in cui i politici parlano del problema e propongono soluzioni quasi niente, loro si sa sono occupati a fare ben altro, si possono mai preoccupare di un territorio sommerso e in più punti a rischio frane?

Le contestazioni e la vergogna vanno a loro ovviamente, ma per un attimo oggi proviamo a lasciare da parte tutte le legittime critiche a questi uomini al potere, facciamo un passo indietro, pensiamo al fatto che i politici altro non sono che lo specchio della società di cui facciamo parte, che se sono lì noi elettori non siamo poi tanto meglio.
E se fossimo noi i giusti destinatari delle critiche e degli improperi indirizzati da più parti ai politici?

Ci lamentiamo degli allagamenti ma poi buttiamo per le strade cartacce e cicche di sigaretta che vanno a otturare i tombini, perché non ce le teniamo per poi buttarle a casa o cerchiamo un cestino anche a costo di perdere qualche secondo del nostro prezioso tempo prima di infuriarci con chi governa?
Si grida allo scandalo delle frane che travolgono intere zone con fango e detriti, ma siamo sicuri che opporremmo il nostro rifiuto se un amministratore compiacente ci desse la possibilità di costruirci la casa o la villa dove più ci piace, pur essendo consapevoli che il cemento peggiora l’equilibrio idrogeologico di quel territorio?
Chiediamo a gran voce la fine del fenomeno della corruzione nella pubblica amministrazione, ma se fossimo noi là saremmo davvero così decisi a rifiutare un’ingente somma di denaro che ci viene proposta in cambio di una innocente firma?
E cosa dire del clientelismo, esteso male della politica nostrana, che i grandi partiti della Prima Repubblica hanno usato per recuperare la perdita di consensi? In tempo di crisi, saremmo senza tentennare pronti a dire di no ad un lavoro offerto da un politico in cambio del voto?

Solo quando tutti noi troveremo il coraggio di dire no, di conservare la nostra onestà e il nostro onore, di guardare i nostri concittadini con gli occhi di chi sa di non essere mai sceso a compromessi e di non essersi arricchito con i soldi pubblici, di agire civilmente in ogni piccolo gesto quotidiano, loro saranno soli, non avranno una società compiacente dietro e spariranno.

Quello sarà il momento della svolta, e in pochi anni riusciremmo a raggiungere obiettivi che, allo stato attuale delle cose, sono praticamente impossibili.
Davvero troppo facile invitare qualcuno ad andare a casa e indignarci per qualcosa a cui noi stessi diamo la linfa vitale.

Commenti (3)

Bravissimo!
E’ proprio la stessa riflessione che ho fatto io quando è stata organizzata la protesta a Villa Niscemi per il problema “munnizza”.

In quanti eravamo? Pochissimi rispetto al problema.

I palermitani sanno sono lamentarsi al bar ma poi sono i primi a leccare il culo a qualche politico.

Se ci pensi bene alla fine tutti conoscono tutti…

c’è molta paura tra i palermitani…da una parte la voglia di migliorare Palermo, dall’altra il timore di non farcela, che li riporta alle solite logiche clientelari…dobbiamo convincerli dell’esistenza della chance di un cambiamento reale

Si infatti, chi si lamenta di più poi si tira sempre indietro…

La paura c’è, anche perchè poi di fronte ai soldi la fascia di popolazione disagiata non ne può fare a meno e i ricchi vogliono essere sempre più ricchi, e per questo il clientelismo prospera.
Molti giovani, d’altra parte, sono disfattisti e non hanno neanche come sogno quello di cambiare qualcosa, si lasciano trascinare dalla vita convinti che quello che c’è si deve prendere e basta, non conoscono le cause dei problemi che ci affliggono e preferiscono “giocare” che pensare anche astrattamente come risolvere i problemi, e poi sono quelli che non sapranno dire il famoso NO.
Una vita così da ignavi non vale davvero la pensa di essere vissuta.

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